Comune di Faeto (Fg) - Sito Istituzionale

  • Sabato, 18 novembre 2017

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Faeto: storia, tradizioni, territorio

Caratteristiche Fisiche - Aspetti Geomorfologici - Idrografia del Territorio

Faeto è uno dei 64 Comuni della Provincia di Foggia.

Fa parte della Comunità Montana del Subappennino Dauno Meridionale.

È il più alto è uno dei più graziosi paesi della Capitanata.

È situato a 866 metri di altitudine, nella parte meridionale del Subappennino Dauno, ad una latitudine nord di 41° 19' 28" e una longitudine est di 2° 41' 34" da Monte Mario (Roma) (1).

La superficie del territorio comunale si estende per 26,19 Kmq, su cui vivono 878 abitanti, di cui 427 maschi e 451 femmine.

Collocato a sud-ovest di Foggia, da cui dista circa 50 Km, confina a nord con il territorio di Biccari e a nord-ovest con quello di Roseto Valfortore, ad ovest e a sud-ovest con quello di Castelfranco in Miscano (provincia di Benevento), a sud con quello di Greci (provincia di Avellino), a sud-est con quello di Orsara di Puglia e di Celle di San Vito e ad est e a nord-est con quello di Celle di San Vito.

Il territorio è prevalentemente montuoso e raggiunge le massime altezze con il Monte Cornacchia a 1.151 metri di altitudine, al confine con il territorio di Biccari, con il Monte Perazzoni a 1.060 metri ad ovest dal centro abitato, con il Monte San Vito a 1.015 metri a sud-est e con il Monte Castiglione a 959 metri a sud-est dal centro abitato.

I punti più bassi di altitudine si riscontrano nella parte settentrionale del territorio, individuati con le quote di 692 metri in vicinanza della Fontana Marrone, nella parte occidentale con le quote di 662 metri ai confini con il territorio di Castelfranco in Miscano e con quote ancora più basse 627 metri e 620 metri presso la sorgente Acqua La Rama, nella parte sud-ovest del territorio.

Le caratteristiche geopedologiche del territorio favoriscono una ricca idrografia superficiale.

Si possono rilevare i seguenti corsi d'acqua:

a nord-est del centro abitato il torrente Le Cesi di circa 1 Km, a nord-est il Canale del Feudo con un percorso di Km 4 circa, a sud-est il Canale Giardina con un percorso di 2,5 Km circa, che confluiscono nel bacino del torrente Celone, l'Aquilonis o Filamo(2) degli antichi il cui ramo principale nasce dal versante meridionale di Monte San Vito (1.015), forma un'ampia curva verso settentrione passando a destra del centro abitato di Faeto.

Dal punto di vista morfologico, infatti, il territorio presenta un solco lungo 4-5 Km con una forte pendenza in cui confluiscono le acque di questo torrente. Lo stesso poi passa tra Celle e Castelluccio Valmeaggiore ed in fine serpeggia nel Tavoliere in direzione di Foggia per poi sfociare nel Candelabro.

Numerosi toponimi si ricollegano alla presenza di acque e di fontane in località specifiche: Bagnaturo a circa 2 Km a nord del centro abitato, Fontanelle a sud-est del centro abitato, Acqua la Rama all'estremità sud-ovest del territorio, ai confini con il territorio di Greci.

Il paese si sviluppa a mezza costa e "come un nido di uccello" è adagiato sul fianco est del Monte Perazzoni.

Per la sua felicissima posizione offre ai visitatori uno spettacolo non indifferente di bellezze paesaggistiche ancora incontaminate, di storia, di costumi, di folclore.

Da qui, come dalle cime del Subappennino che circondano il paese, si possono dominare i poetici valloni, la piana del Tavoliere e, nelle giornate prive di foschia, l'azzurro mare Mediterraneo e i monti del Gargano.

Qui, e in nessuna altra parte, si può scorgere una ricca varietà di alberi: querce, cerri, farnie, ippocastani, aceri, olmi, robinie, salici, faggi, frassini, agrifogli, cornioli; di arbusti: biancospino, ginestre, rovi, susini selvatici; di fiori di campo: viole, primule, anemoni, gigli, narcisi, orchidee, asfodeli, campanelle; di rivi, ruscelli e di sorgenti d'acqua limpida e fresca.

Il clima è quello tipico appenninico: inverni freddi, estati non eccessivamente calde.

La temperatura media annua è compresa tra i 10 e i 18 gradi C e l'escursione termica non è eccessiva. I valori minimi invernali scendono intorno ai 4 gradi C; quelli massimi estivi non superano i 27-28 gradi C. Raramente si registrano temperature che scendono sotto lo zero.

La neve è di casa. I venti predominanti sono la Bora (Wàjere), che spira da Nord, fredda e pungente, e lo Scirocco (Favùgne), meglio conosciuto come Favonio, proveniente da Sud, a volte caldo e a volte umido, causa di gravi danni, soprattutto all'agricoltura.

Per chi volesse trascorrere una giornata riposante e ritemprante e ripercorrere itinerari nella storia, nelle tradizioni e nella genuina ospitalità della gente, non ha che venire a Faeto.

Per chi vive ed opera a Faeto, conoscere la storia del proprio territorio serve non solo come conoscenza del passato per una più corretta valutazione del presente, ma anche come motivo (se non proprio come necessità) di riappropriazione della propria identità e della propria civiltà, con l'augurio e l'impegno di conservare il patrimonio di cultura e di tradizioni derivante dal passato.

Faeto è facilmente raggiungibile. Per chi viaggia in treno Foggia è il capolinea più naturale per raggiungere Faeto. Dal piazzale della stazione ferroviaria partono gli autobus di linea, frequenti ogni giorno con esclusione delle domeniche e dei festivi. In automobile, sempre partendo da Foggia, occorre raggiungere Troia e da qui imboccare la strada prer Lucera fino al bivio per Faeto. Per chi proviene dall'autostrada Napoli-Bari l'uscita è a Grottaminarda, attraverso Ariano Irpino, Svignano Scalo e Greci si raggiunge Faeto. Dall'autostrada Pescara- Bari l'uscita è a San Severo. Attraversata Lucera, si prosegue per Troia fino al bivio per Faeto. Sempre Lucera può essere presa come riferimento per coloro che giungono dal Molise.

L'attività predominante è quella agricola con reddito molto basso a causa della scarsa fertilità dei terreni coltivati. La produzione locale più importante è quella del grano, seguita dal girasole e dal mais. Di una certa importanza è la coltivazione delle leguminose e tuberose; da segnalare, in particolare, la produzione di fagioli e patate che per la loro bontà e squisitezza sono rinomati e ricercati. Fama di bontà, giustamente meritata, godono i salumi prodotti sul posto. La loro qualità è buonissima; il gusto è prelibato, ciò grazie all'alimentazione molto curata dei suini e alla confezione casalinga dei prodotti (3).

 

Aspetti Antropici - Storia - Insediamento dei Francoprovenzali - Nascita del Nucleo Abitato

Gli abitanti di Faeto e quelli della vicina Celle di San Vito, a distanza di oltre sette secoli, parlano ancora il francoprovenzale. I due paesi rappresentano un'isola linguistica che suscita curiosità ed interesse ed è spesso meta di glottologi e studiosi.

Il francoprovenzale è vivo sia nella parlata di Faeto che in quella di Celle. Tuttavia, e sono molti a chiederselo, questo idioma, per la travolgente rapidità degli eventi, conserverà la stessa genuinità nella lingua delle generazioni future? L'avanzare del progresso cancellerà anche le tradizioni, di cui il linguaggio è la sola labile testimonianza? Già un secolo fa, perplessità, preoccupazioni e timori del genere se li poneva l'articolista di Le colonie provenzali di Lucera, il quale su il Supplemento mensile illustrato del Secolo (4), parlando di Faeto e Celle, così si esprimeva: "Quello che più interessa, soprattutto il filologo, si è che questi due paesi, non solo si chiamino ancora oggidì provenzali, ma che come Pompei ed Ercolano, sepolti dalle lave, ci hanno conservato la città romana, così Faeto e Celle, posti sulla cresta di alto monte, messi in comunicazione con altri paesi pe r la sola via del Cel 'acqua e il sole...".

Da allora sono passati oltre cento anni e la profezia dell' articolista per fortuna non si è avverata.

Certo, le profonde trasformazioni verificatesi in meno di un secolo hanno avuto molta influenza anche nell'evoluzione della cultura popolare, includendo in essa anche il suo mezzo più espressivo che è la lingua.

Anche l'italiano, del resto, sta soffrendo l'invasione soprattutto della lingua anglo-americana, che si presenta agli occhi di molti come indispensabile al superamento delle barriere nazionali. Non si può disconoscere che tutte le lingue sono in continua evoluzione, cambiano, mutano e vengono plasmate da continui messaggi che ci arrivano dai giornali e dalla televisione. Oggi si sta perdendo la memoria terminologica di tutti quegli oggetti che non vengono più usati nel lavoro quotidiano e che l'avvento della tecnologia ha profondamente mutato, cancellando antiche abitudini, regole e modalità di lavoro.

Nonostante ciò, oggi a Faeto e a Celle si continua a parlare il francoprovenzale e non il provenzale come si credeva erroneamente fino alla seconda metà del secolo scorso, quando studi di glottologia accertarono e dimostrarono che la lingua dei Faetani e dei Cellesi non era quella di derivazione provenzale bensì francoprovenzale.

Prima che fossero compiuti tali studi, gli abitanti di Faeto e Celle erano conosciuti come provenzali o, addirittura, albanesi.

Fu la traduzione della IX Novella del Decamerone di Boccaccio, La Dama di Guascogna ed il re di Cipri, effettuata da Francesco Alfonso Perrini (5) e pubblicata da Giovanni Papanti6 nel 1875, ad eliminare una lacuna alla nostra dialettologia e ad indirizzare gli studiosi all'individuazione del tipo linguistico francoprovenzale.

Il merito di aver isolato la parlata francoprovenzale dalla lingua d'oc (occitanica, provenzale) e da quella prettamente francese d'oil e di averla in seguito riconosciuta come lingua romanza a sé stante, va a Graziadio Isaia Ascoli (7), che fu il padre e il fondatore della glottologia in Italia.

Il francoprovenzale di Faeto e Celle, proprio perché non ha avuto più contatti diretti con la regione d'origine, è rimasto ibernato al secolo XIII. Ciò ha costituito e costituisce per gli studiosi un utile strumento di lavoro anche per verificare e confrontare quei fenomeni linguistici che nelle regioni originarie sono mutati o si sono persi.

Se dal punta di vista linguistico si è potuto accertare la zona di provenienza dei francoprovenzale di Faeto e Celle, il motivo del loro arrivo, della loro presenza e della loro stabilizzazione resta ancora, sotto alcuni aspetti, un vero e proprio mistero.

Diverse sono le ipotesi avanzate dagli studiosi. Alcune contrastano tra loro; ma queste, per avere una loro veridicità e per essere attendibili, devono essere suffragate da una valida documentazione storica.

Del resto, la storia è fatta di documenti, di atti di archivio; se questi mancano, certamente non si può parlare di storia. Si può, al limite, parlare di ipotesi.

Vi è la tesi degli eretici Valdesi, sostenuta dallo storico Gilles (8) e condivisa, in seguito, da altri storici riformati: Léger (9), Charvaz (10), Amabile (11), Rivoire (12), Comba (13), Teofilato (14), De Boni (15), Cantù (16), ed altri, secondo la quale la na scita di Faeto e Celle sarebbe da collegare a quella corrente ereticale che ebbe origine verso la metà del secolo dodicesimo ad opera dei Pàtari, Càthari o Puri, Arnaldisti, Poveri di Lione, Poveri Lombardi, tutti discepoli ed estimatori di Pietro Valdo (17), e si protrasse nei secoli successivi.

Stando al Gilles fu intorno al 1400 che molti Valdesi, perseguitati dal Santo Ufficio, quando la corte pontificia risiedeva ad Avignone (18), oltre che in Calabria, vennero anche in Puglia e qui edificarono cinque paesini fortificati: Monteleone, Montaguto, Faeto, Celle e Motta; nel 1517, alcuni profughi di Freyssinières ed' altre valli valdesi andarono ad abitare Volturara, chiamativi da Alberico Carafa, signore del luogo (19).

La tesi sostenuta dal Gilles, però, non è del tutto credibile per una serie di motivazioni che prima il Melillo (20) e poi il Castielli (21) hanno già ampiamente trattato e confutato.

Faeto esisteva già prima del 1400 come, del resto, gli altri paesi citati dallo stesso storico.

Il Melillo sottolinea, però, che si trattò di: "un movimento eretico e non già di una colonizzazione di eretici".

Il Castielli asserisce che è: «...estremamente improbabile un rifugiarsi di eretici nelle nostre zone, in un tempo in cui queste erano tenute sotto attenta vigilanza dalla Inquisizione del regno di Napoli, "pagata"- anche per la nostra Capitanata- dai sovrani angioini »; sempre il Castielli avanza poi il problema linguistico della provenzalità dei Valdesi, provenienti dalla Provenza, che contrasterebbe con il francoprovenzale accertato e parlato dai Cellesi e Faetani.

Il Melillo, oltre a condividere le ipotesi del Castielli, citando come fonti il Giustiniani (22) e il Bacco Alemanno (23), porta anche la tesi dell'aumento di popolazione verificato si in tale periodo, il che escluderebbe un'effettiva persecuzione.

La nascita di Faeto e di Celle sarebbe da far risalire alle vicende degli ultimi sovrani svevi: Manfredi, figlio di Federico II, e suo nipote Corradino con gli Angioini.

Carlo I, figlio del re di Francia Luigi VIII e di Bianca di Castiglia, conte dell' Anjou, del Maine, dell'Hainaut e di Provenza, venne a Roma nel 1265, chiamato dal papa Clemente IV, per combattere Manfredi di Svevia, re di Sicilia che minacciava i domini romani. Qui fu nominato senatore dal partito guelfo, e qui lo raggiunse il suo esercito, passato dal Piemonte in Lombardia, appoggiato dagli Estensi, senza incontrare resistenza.

Il 6 gennaio dell' anno seguente venne solennemente incoronato in San Pietro re di Sicilia e subito dopo iniziò la marcia verso il Mezzogiorno.

Il 26 febbraio dello stesso anno si scontrò a Benevento con il re Manfredi; questi, dopo una viva resistenza delle milizie tedesche e saracene, abbandonato anche da quelle feudali, fu sconfitto e ucciso.

Anche il tentativo di Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV di opporsi a Carlo d'Angiò e di recuperare il regno di Sicilia riuscì vano.

Nell'agosto del 1268 presso Tagliacozzo, negli Abruzzi, l'esercito Svevo venne sconfitto. Corradino riuscì a rifugiarsi ad Astura, fra Anzio e Terracina, presso un tale Giovanni Frangipane, che lo tradì consegnandolo al re Carlo.

Il 29 ottobre dello stesso anno Corradino venne decapitato a Napoli.

Carlo s'impadronì in breve di tutta l'Italia Meridionale. I Solo i saraceni di Lucera, asserragliatisi nel castello, resistettero al suo urto, rappresentando un "osso duro" per Carlo. Per sconfiggerli fu costretto a porre in atto, nella primavera del 1269, «...un minuzioso piano strategico...» (24).

È durante questo lungo assedio che gli storici locali già citati e il Rubino (25) pongono la nascita delle due colonie di Faeto e Celle.

Carlo I d'Angiò, con l'editto dell'8 Luglio 1269 (26), distaccò da Lucera un nucleo di duecento soldati e li spedì al Castello di Crepacuore (Castrum Crepacordis) (27), antica fortificazione romana sita sulla vetta del Monte Castiglione a ridosso della strada Appia-Traiana, per ostacolare le incursioni dei Saraceni ed impedire i danni che essi erano solito arrecare alle persone e alle cose. «...ordinò contemporaneamente ai Maestri Giurati, Bajuli, Giudici ed Università di Ariano, Montefuscolo, Paduli, Apici, Montecalvo, Zuncoli, Casalbore, Flumari, Trivico e loro Casali, Grotta, Ripalonga, Monte Malo, Polcarino, Monte Falcone, Pietra Maggiore, Castelfranco, S. Severo, ed Amandi, che mandassero, coll'obligo di pagar a ciascuno tre Augustali al mese, cinquecento Servienti, armati di tutte quelle armature, descritt e nell'ordine dato, e che tutti trovar si dovessero radunati a i 14 di luglio presso Monte Calvo per andar poi ad esso Castello, dove trovata avrebbero la milizia Reale» (28).

Il re ordinò ai detti comuni di accogliere Tommaso Mansella di Salerno quale incaricato per la ricostruzione del castrum Crepacordis.

I lavori di ripristino furono effettivamente avviati perché il d'Angiò l'11 agosto «...richiama il Mansella al dovere di consegnare ai servientes impegnati a Crepacore totam pecuniam... pro stipendiis» (29).

Il 27 agosto 1269, Carlo d'Angiò, dopo mesi di assedio e resistenza, riuscì a piegare anche i saraceni di Lucera che «...coi piedi scalzi, con le corde al collo, sparsi i capelli di cenere, nel fango, s'inginocchiarono all' angioino arrendendosi a discrezione» (30).

Diventò, così, padrone dell'Italia meridionale e arbitro di tutta la penisola, sostituendo i funzionari svevi con feudatari francesi. «...Città, terre, castella, cariche e dignità furono date ai Francesi che si erano stabiliti nel Regno col nuovo monarca» (31).

Anche ai duecento soldati che aveva spedito al Castrum Crepacordis concesse di restare nel vicino e quasi disabitato Casale Crepacore con l'annesso omonimo territorio, feudo dei Cavalieri Gerosolimitani, assegnando loro una porzione del territorio di Crepacore.

Successivamente, Carlo d'Angiò fece venire le famiglie dei duecento soldati di Crepacore. Esse, raggiunti i familiari, restarono tranquille ed operose per un certo numero di anni. Fino a quando, non si sa con esattezza.

Quando ricominciarono le ostilità tra le stesse dinastie Angioine ed in seguito con gli Aragonesi, che minacciavano la tranquillità del posto da loro occupato, attraversato dalla Via Traiana, la più importante via dell'epoca, le famiglie decisero di abbandonare il Casale e di trovare una più tranquilla residenza nello stesso territorio a loro concesso.

La maggior parte delle famiglie si sistemò nei pressi del cenobio dei Benedettini, detto Monasterium Sancti Salvatoris de Fageto (32), nei pressi dell'attuale campo sportivo e distante poche centinaia di metri da un altro monastero, quello di Sancte Marie de Faieto o Fageto (33). Nacque, così, Faeto: dai nomi Faieto o Fageto con i quali venivano denominati i due monasteri.

La restante parte andò ad occupare il Casale San Felice (34) e, successivamente, un fabbricato costruito dai frati del Cenobio di San Nicola (35) per la loro residenza estiva. Nacque Celle San Vito, la cui denominazione scaturì dalle celle monacali di tale residenza estiva e dalla ecclesia sancti Viti.

Siamo intorno alla metà del 1300.

Non sappiamo con esattezza quando ciò avvenne; certamente qualche anno prima del 1343, anno in cui il Giustiziere di Capitanata fa espressa menzione di Faeto e Celle.

Un altro documento certo è quello della regina Giovanna d' Angiò, che nel 1354 assegna Faeto e Celle alla diocesi di Troia. Successivamente, avvenimenti politici e religiosi sconvolsero la vita tranquilla del paese.

Da registrare innanzi tutto le scorrerie, la prepotenza e l'arroganza del figlio di Alfonso V di Aragona, Ferdinando I.

Questi, sconfitto da Giovanni d'Angiò, assediò in seguito le città di Troia ed Orsara, dove i suoi rivali si erano fortificati. Dopo alterne vicende, Ferdinando I riuscì ad espugnare le città e a mettere in fuga i francesi, i quali, raggiunti nei pressi di San Vito, vennero definitivamente sconfitti il 18 agosto del 1462.

La località dove avvenne il terribile scontro da allora ha preso il nome di Lago di Sangue, proprio a ricordo del triste e sanguinoso evento, il quale segnò, dopo due secoli di dominio, la fine del governo angioino nel Regno di Napoli.

Ferdinando, diventato il nuovo "padrone" dell'Italia meridionale, s'impossessò arbitrariamente di tutto il territorio di Faeto, di Celle, di Greci e di Orsara per destinarlo ad allevamento di puledri.

La perdita della libertà comunale con la istituzione della baronia di Val Maggiore, a cui erano sottoposto Faeto, e la mancanza della guida morale, religiosa, scientifica e letteraria dei monaci che abbandonato il convento del SS. Salvatore, costituirono motivi di decadenza per i Faetani.

La Baronia di Val Maggiore, che comprendeva Castelluccio, Faeto e Celle, fu istituità il 5 febbraio 1440 dal re Renato d'Angiò con la nomina a Barone del capitano Antonio Caudola o Caldora, già duca di Bari.

Nella lotta per la successione al regno di Napoli, Renato d' Angiò fu sconfitto dall'altro contendente, Alfonso V d' Aragona (36). Questi tolse la Baronia di Castelluccio ai Caldora e la concesse momentaneamente alla Contessa di Celano.

Il nuovo re di Napoli Ferdinando I, conosciuto anche come Ferrante, dopo la vittoria ottenuta sugli Angioini a Lago di Sangue, assegnò definitivamente nel 1463 la Baronia al marito della Contessa Celano, Don Antonio d'Aragona de Piccolominibus, in seguito nominato anche duca di Amalfi.

Nel 1507, la Baronia passò a Don Giovanni Battista de Piccolominibus, figlio di Don Antonio e marchese di Iliceto o Ilicito, ora Deliceto, che nel 1519 la cedette a tale Giacomo Recca.

Nel 1561 la Baronia ritornò al Marchese di Deliceto, il quale, però, l'anno successivo la vendette a Marco Antonio Pepe di Napoli.

Cinque anni dopo fu acquistata per diciassettemila ducati dalla contessa di Biccari e di Ariola, nobil donna Emilia Carafa, la quale chiese ed ottene dal viceré di Napoli, con decreto datato 31 dicembre 1569, il titolo di baronessa e il privilegio di dichiarare sua camera riservata la Baronia di Val Maggiore.

Nel 1576, passo al figlio della Carafa, Ferrante Caracciolo ed in seguito ai suoi eredi.

Ultima dei Caracciolo fu Antonia, principessa di Riccia, contessa di Altavilla, duchessa di Airola, contessa di Biccari, Montuoro e Rotello, nonché baronessa di Castelluccio, Faeto e Celle.

Il dominio della Baronia, dalla Caracciolo passò al marito Giovanni Battista De Capua, principe di Riccia, e da questi ai vari eredi, fino a Bartolomeo II che la tenne in possesso per oltre cinquant'anni, cioé fino al 1792.

In quest'anno il burgensatico della Baronia venne donato a Francesco Vincenzo Sanseverino, duca della Saponara, mentre i diritti feudali furono devoluti al fisco che li ritenne fino all'inizio del secolo successivo, quando venne abolito il feudalesimo.

Notizie attinte da:
RUBINO V., Celle San Vito - Colonia francoprovenzale di Capitanata, Leone Editrice, Foggia, 1996.

 

Riferimenti: 

1) RUBINO M.A., Faeto e Celle di San Vito: due centri rurali del Subappennino Dauno, Tesi di Laurea in Materie letterarie, Università degli Studi Bari, Anno Accademico 2000/2001.
2) FACCHIANO A., Roseto Valfortore, Indagini Storiche, S. Agata di Puglia (FG), Tip. Casa S. Cuore, 1971, p. 242.
RUSSI V., L'alta valle del Celone, in «Puglia Daunia», I, 2, Manfredonia, 1993, pp. 9-14.
«La più antica notizia su questo corso d'acqua la troviamo in Licofrone IV-III secolo a.C., il quale scrive che la città di Arpi era situata lungo il fiume Filamos, cioè sulla riva destra del Celone.
Forse risale ad età romana la denominazione flumen Aquilonis, che compare frequentemente nei documenti medievali e che verso la fine del XII secolo tende alla forma Achelonis o Acelonis, da cui l'odierno Celone.
Aquilo era il nome di un vento di tramontana e secondo l'Alessio (cfr. ALESSIO G., Problemi di toponomastica pugliese, in Arch. Stor. Pugliese, VI, 1953, I-IV, p. 253) il termine deriverebbe dal latino Aquilentus (umido, che porta pioggia); nel nostro caso potrebbe essere riferito all'alta valle del Celone, dominata dai monti più alti di Puglia, come il monte Sidone, un tempo chiamato Chilone, che è un'altra forma del toponimo precedente».
3) RUBINO V., in La Valle del Miscano, Progetto Itinerari Turistici Campania Interna , Vol. II pag. 256, Poligrafica Ruggiero, Avellino, 1995.
4) «Le cento città d'Italia», Supplemento mensile illustrato del "SECOLO", Milano, 1895, venerdì, 25 ottobre, anno XXX, supplemento al n.1O715, p.78.
5) Il cellese Francesco Alfonso Perrini fu un noto avvocato. Esercitò la professione a Troia, ove coprì anche cariche pubbliche. Qui morì nel 1884.
6) PAPANTI G., I parlari italiani in Certaldo alla festa del V Centenario di Messer Giovanni Boccacci, Livorno, Vigo, 1875, pp. 173-184.
7 ASCOLI G.I., Schizzi franco-provenzali, in «Archivio Glottologico Italiano», III, 1878-79, pp. 61-120.
8) GILLES P., Histoire ecclésiastique des Églises Reformées, recueillies en quelques Vallées de Piedmont et circonvoisines, autrefois appellées vaudoises, etc., Genèves, patir Jean de Tournes, 1644. Ristampata a Pignerol da P. Lantaret nel 1881, vol. I, p. 30.
9) LÉGER J., Histoire générale des églises évangéliques des vallées di Piemont ou Vaudoises, Leyde, Le Carpentier, 1669.
10) CHARVAZ, Recherches histor. sur la véritable origine des Vaudois, et sur le caractère des leurs doctrines primitives, Paris, Périsse frères, 1836.
11) AMABILE L, Il Santo Officio della Inquisizione in Napoli, Città di Castello, Lupi, 1892, voI. I, pp. 235-238.
12 RIVOIRE P., Les colonies Provençales et Vaudoises de la Pouille, in «Bulletin de la Société d'Histoire Vaudoise». La Tour, 19 maggio 1902, pp. 4862.
13) COMBA E., Histoire des Vaudois, Paris-Florence, Librairie Fischbacher, 1901, ristampa della prima edizione del 1898.
14) TEOFILATO C., Movimenti eretici in Puglia, in «Testimonio», Roma, Bilychnis, 1932, anno XLIX, n.4-5, pp. 2-75 e n. 6-7, pp. 120-121-122-123.
15) DE BONI F., L'Inquisizione e i Calabro Valdesi, Milano, D aelli , 1864, p. 193.
16) CANTU' C., Gli eretici d'Italia, Torino, UTET, X ed., VoI. II, p. 326.
17) Valdo, (1140 - 1217), a seguito della morte di un suo caro amico, ebbe, intorno al 1174, una crisi religiosa. Distribuì tutti i suoi beni ai poveri e si mise a predicare il Vangelo, prendendo come punto basilare del suo messaggio il «Sermone della Montagna».
18) Città della Francia, capoluogo del dipartimento di Vaucluse, nella Provenza, sulla sinistra del Rodano.
19) Il GlLLES nell' op. cit., tomo I, cap. III, p. 30, così scrive: «...environ l'an 1400 les Vaudois de Provence estans persécutés à l'instance du pare séant en Avignon, plusieurs d'iceux retournèrent aux Valées, d'où leurs péres éstoyent partis, et de là, accompagnés de plusieurs des dites Valées, allèrent habiter ès frontières de l'Apouille, vers la ville de Naples, et avec le temps y édifièrent cinq villettes closes, assavoir Monlione, Montavato, Faito, La Cella et La Motta. Et finalement environ l'an 1500 quelques-uns de Fraissinière et d'autres Valées Vaudoises allérent habiter en la cité de Volturara proche de dites villettes».
20) MELILLO M., Donde e quando vennero i francoprovenzali di Capitanata, in «Lingua e Storia di Puglia», I, 1974, pp. 79-100.
IDEM, I francoprovenzali di Capitanata, in Storia e cultura dei francoprovenzali di Celle e Faeto, a cura di A.M. Melillo, Manfredonia, Atlantica, Litotipografia di E. Cappella, 1978, pp. 88-89-90-91.
21) CASTIELLI R., Un saggio storico culturale, in Storia e cultura dei francoprovenzali di Celle e Faeto, a cura di A.M. Melillo, Manfredonia, Atlantica, Litotopografia di E. Cappella, 1978, pp. 9-10.
IDEM, L'isola linguistica Franco-provenzale di Faeto e Celle S. Vito, Situazione attuale della ricerca storica, Foggia, Centro Grafico Francescano, 1992, pp. 22-28.
22) GIUSTINIANI L., Dizionario Ragionato del Regno del Regno di Napoli, A Sua Maestà Ferdinando IV, Re delle Due Sicilie, Tomo III, Napoli, 1797.
23) BACCO ALEMANNO E., Il Regno di Napoli diviso in dodici province, Scorriggio, 1622, p. 193.
24) TOMAIUOLI N., La fortezza di Lucera, Lucera, Regione Puglia, Ass. P.I. Cultura, CRSEC Fg/30, Ed. Gercap srl, Foggia, 1990, pp. 32-33.
25) RUBINO L, Faeto - La vetta di Puglia, collana di «Quaderni turistici», Foggia, E.P.T., 1960.
26) Editto dell' Archivio generale di Napoli, Reg. Lettera B, anno 1269, p. 118.
Menzionato da:
GALLUCCI P., Cenni di storia cronologica di Faeto, Napoli, Amato, 1882;
DE ROSA M., Il borgo Natio, Storia diplomatica del comune di Faeto, Molfetta, Tip.Vordomenti, Ist. Prov.le Apicella, 1934.
Trascritto da:
VITALE T., Storia della Regia città di Ariano e sua Diocesi, Roma, 1794, p.380., che si riporta integralmente.
«A. 1269. Ordine del Re Carlo I d'Angiò alle Università di Ariano, e di altri luoghi convicini per la contribuzione di Uomini, che gli erano necessarj a rifare il Castello di Crepacuore, e difenderlo da' Saraceni fortificandolo».
Arch. della Zecca. Regist. letto B anno 1269. p. 118.
27) MARTIN L.M., Les Chartes de Troia, Edition et étude critique des plus anciens documents conservés à l'Archivio Capitolare, Codice Diplomatico Pugliese, Vol. XXI, I (1024-1266), Bari, Società di Storia Patria per la Puglia, Tip. del Sud, 1976, pp. 43-44.
«Crepacor... On doit sans doute situer cette forteresse au lieti dit Crepacore, à 12 Km au sud- ouest de Troia, à l'ouest d'Orsara, sur le versant nord d'une échine montagneuse s'élevant à 879 m, près d'un sommet de 956 m (Feuille LG.M. au l/25.000 d'Orsara di Puglia). En 1133 (doc. n. 60, CARTULA OFFERTIONIS PRO ANIMA, septembre, Castrum Crepacordis, pp. 207-208), le chevalier Rugo Castelli Potonis offre à la cathédrale de Troia, représentée par san évêque Guillaume II, la dîme de sa plazza de Crepacorde».
28) VITALE T., op. cit., p. 73.
29) CASTIELLI R., L'isola linguistica..., op. cit., pp. 18-19. Fonti, Registri della Cancelleria Angioina, II, p. 163.
30) GlFUNI G. B., Lucera, Urbino, 1937, II ed., p. 16.
31 GALANTI G.M., Nuova descrizione storica e geografica del Regno di Napoli e delle due Sicilie, Napoli, 1788, p. 48.
32) MARTIN J.M., Les Chartes...ecc, op. cit., docc. nn. 101 - 106, e pp. 11-6-49.
Secondo il PRIVILEGIUM PAPAE di Lucio III, datato 24 febbraio 1184 e redatto ad Anagni, il monastero di San Salvatore di Faeto, situato ad ovest del villaggio attuale, sarebbe stato fondato da Romald, abate del Cenobio di San Nicola li Troia, probabilmente sotto Alessandro III (1159-1181).
33) IDEM, Les Chartes..., op. cit.,docc. nn. 94-104-117-132-162 e pp. 11-43-46.
La chiesa Sancte Marie de Faieto viene menzionata per la prima volta nel MEMORATORIUM JIUDICII del luglio 1177, redatto in Troia, come dipendente dalla cattedrale.
Con il PRIVILEGIUM PAPAE di Clemente III del 18 febbraio del 1188, la chiesa Sancte Marie de Fageto viene eretta a monastero e sottomessa alla giurisdizione episcopale.
34) MARTIN J.M., Les chartes... op. cit., docc. n. 35, 97,132 e 162.
GALLUCCI P., op. cito p. 11, nota 1.
«San Felice Casale posto a Settentrione di Monte Felice, e propriamente alla fine del bosco comunale di Celle che riguarda la contrada del Prato, ove esistono ruderi di antiche fabbriche e due piccole masserie o meglio capanne». Fonti: ORLANDlNI, Diz. Geog., p. 37.
Il monte San Felice, attualmente fa parte del tenimento di Celle San Vito e di Castelluccio VaI Maggiore.
I ruderi di cui parla il Gallucci altro non erano che gli avanzi del Castello S. Felice, menzionato dallo storico LEO, Storia del medioevo, voI. 1, lib. IV, Cap. VIII, p. 363 e riportato dal DE PALMA, Notizie storiche intorno al comune e al clero di Castelluccio Valmaggiore, Napoli, Tip. De Falco,1890, pp. 159-160.
Secondo lo storico, in detto Castello sarebbe stato rinchiuso il figlio di Federico II, Errico, il quale si era ribellato al padre e tramava nei suoi confronti. Ciò spinse l'imperatore a farlo prigioniero e: «... poscia fu chiuso nel Castello S. Felice in Puglia, e morì fra lacci a Martinora, l'anno 1242».
RUSSI V., L'alta valle del Celone, in «Puglia Daunia», 1, 2, Manfredonia 1993, pp.159-160.
«Il casale di S. Felice era facilmente raggiungibile da Crepacore tramite una diramazione della via Traiana, a valle del Buccolo, che passava per la masseria La Torre, edificata su antiche strutture, e dopo aver attraversato il Celone puntava direttamente verso Lucera. L'insediamento, di piccole dimensioni, era arroccato sul monte Felice (quota 757) che sovrasta la masseria, quasi di fronte a Castelluccio Valmaggiore...».
35) Ad un chilometro dall'abitato di Castelluccio Val Maggiore, all'incrocio del torrente Freddo con il fiume Celone, vi era un Cenobio dedicato a S. Nicola, di cui si ignora l'ordine dei Religiosi (forse Benedettini), che oltre ad estendere la sua influenza sulla Valle del Celone, aveva alle sue dipendenze il monastero del SS. Salvatore di Faeto. (DE SANTIS M., La Università Traiana nel periodo angioino, Ist. Catt. St. Univo e Form. Pop. della Daunia, Manfredonia, Atlantica, 1977).
36) Detto il Magnanimo, figlio e successore di Ferdinando I il Giusto, fu re di Sicilia e di Aragona. Figlio adottivo di Giovanna II regina di Napoli, combatté, sostenuto dalla Santa Sede e dagli Stati italiani, contro Renato d'Angiò per la conquista del Napoletano. Morì a Napoli il 1458, lasciando suoi successori il fratello Giovanni II in Aragona ed il figlio naturale Ferdinando I in Napoli e Sicilia.





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