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  • Domenica, 20 gennaio 2019

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San Vito

Nei pressi della storica contrada Castrum Crepacordis, che gli storici hanno localizzato sull'altura del Castiglione, in collegamento con la via Traiana (1), sorgeva anticamente un villaggio medioevale.

Esso comprendeva anche l'attuale taverna, di proprietà oggi del marchese Maresca di Camerano, ed una chiesetta, ridotta ora a pochi ruderi, che gli abitanti del casale dedicarono a San Vito Martire.

Il villaggio ed il suo territorio, già appartenuti ai cavalieri Gerosolomitani, nell'anno 1024 furono assegnati da parte dei fratelli Basilio e Costantino (2), imperatori d'Oriente, al Vescovo di Troia, Oriano (3), per la giurisdizione ecclesiastica. Nel 1071 Papa Alessandro II confermava tale donazione e riconosceva a Stefano Normanno, quarto vescovo di Troia, il possesso di San Vito (4).

Successivamente, nell'anno 1100, il Papa Pasquale II, con bolla diretta al Vescovo di Troia, Uberto Cenomanico (5), confermava tale privilegio.

Il Casale Crepacore, dopo essere stato assoggettato come territorio demaniale dall'Imperatore Costantino, passò in feudo a Ugone di Castello Potone (oggi Castelpoto in provincia di Benevento), Signore di Crepacore. Questi, nel. mese di settembre del 1133, "ricordevole delli benefici ricevuti dalle mani di Dio, fece ampio privilegio al vescovo di Troja ed alla chiesa Trojana; e gli donò la decima per tutte le piazze (cioè commerci), che si facevano nel detto castello".

Dopo Potone, il suburbio di Crepacore fu occupato dal re Ruggiero II, il Normanno.

Dai registri vaticani del 1310 risulta che tale Dominus Johannes pagava alla Santa Sede la decima per il Casale e che ivi dimorava, come cappellano, un certo Pietro.

Il culto e i riti liturgici della Chiesetta di San Vito che, con la bolla già menzionata di Pasquale II fu assegnata alla giurisdizione ecclesiastica del Vescovo di Troia, passò al Conventino di San Nicola ed, in seguito, al Clero Ricettizio di Castelluccio Valmaggiore, che ne curava la manutenzione e ne promuoveva il culto.

Tale giurisdizione di privilegio e di officiatura del Clero di Castelluccio fu mantenuta anche dopo che Mons. Rebiba nel 1567 provvide a separare da Castelluccio le parrocchie di Celle e Faeto, per renderle autonome, e fu confermata dal Vescovo Aldobrandini nel 1595, da Mons. Veneziano nel 1646, da Mons. Cavalieri nel 1703, da Mons. De Simone nel 1759 e da altri Vescovi (6).

Nel 1890, a seguito di nuovi fermenti ed agitazioni del popolo Cellese e del popolo Faetano, che mal sopportavano per la festività di San Vito il retaggio baronale di Castelluccio (7), Monsignor Passero tolse tale privilegio e né i suoi successori Tempesta, Bergamaschi, Lancillotti lo concessero più, nonostante le ripetute richieste del clero di Castelluccio.

Da quell'anno, il culto passò sotto la giurisdizione del Comune di Celle San Vito.

Ora la Chiesetta di San Vito non esiste più; restano solo pochi ruderi. Fino a qualche anno addietro era ancora in piedi parte del muro frontale con la porta d'ingresso sormontata dal bellissimo rosone in pietra viva da qualche tempo trafugato da ignoti. Una vera offesa al martire San Vito e un oltraggio alla nostra storia così abbondantemente derisa e vilipesa.

Anche la caratteristica fontana stava per subire la stessa sorte del rosone, ma per fortuna il Marchese ha provveduto in tempo a recuperarla, custodendola, temporaneamente, in attesa di una nuova collocazione.

Inoltre, il Comune di Celle San Vito si sta adoperando per la ricostruzione della Chiesetta.

Auguriamoci che ciò avvenga e che si possa riparlare di San Vito e della sua tradizionale festività interrotta nel 1955, quando tra Faetani e Cellesi nacquero conflitti di competenza sia per la riscossione di dazi, pedaggi e posteggi, sia per l'introduzione di motivi nuovi allo svolgimento della festa, che non vennero condivisi da tutti. In altre pagine riporto un articolo della questione insorta.

Nel cortiletto del Casale, fiancheggiante la chiesetta, zampilla fresca ed armoniosa una limpida fontana.

È la fonte chiamata Aquilo, che origina il fiume Celone e che localizzava, nei tempi passati, il bosco sacro esistente, il lucus aquilonensis. Infatti, un'epigrafe del 1576, murata nei pressi della fontana, riportava la seguente scritta, che ricordava il ripristino della fonte eseguito a cura di Ferdinando Caracciolo proprio nell'anno in cui diventava barone della Valmaggiore:

AQUILONEM FONTEM AQUILONIS
INST AR AD (PUBBLICAM) COMMODITATEM
MORTUO VIVENTUM EDUXIT
FERDINANDUS CARACCIOLUS VICARI COMES
MDLXXVI

Di tale lapide esiste attualmente un frammento fatto murare dai Maresca, all'ingresso del cortiletto della fontana, nel quale si poteva leggere fino a due o tre anni fa:


INSTAR COMMODI
UO VIVE
NDUS CAR

Ora anche questa scritta è stata cancellata dal tempo.

Inoltre, una stele romana, posta all'ingresso del cortile, attesta che il Centurione Marco Aurelio Negrino, dopo la sua carriera militare quale veterano della II Legione Traiana, viene ad abitare in loco e dedica all'imperatore Caracalla il Lucum Aquilonensem.

Nella zona vi era, poi, la Mutatio Aquilonis, il punto di sosta per il cambio dei cavalli tra Aequum Tuticumm (8) (oggi contrada S. Eleuterio, nei pressi di Castelfranco in Miscano) ed Aecae (oggi Troia), ricordato nell'itinerario Gerolosomitano del IV secolo d.c..

Con il passare degli anni la magnifica strada, onore e vanto degli imperatori Traiano e Costantino, venne completamente abbandonata.

La via Traiana era il percorso privilegiato dei crociati diretti in Terra Santa in difesa del Santo Sepolcro; dei pellegrini, che si recavano a Monte Sant'Angelo, che diventò santuario del popolo longobardo, tant'è che la stessa strada nel Medioevo venne denominata Via Sacra Longobardorum; degli eserciti delle Crociate e dei commercianti, perché più breve rispetto all'altra che procedeva per Venosa.

Tale strada esisteva già in età repubblicana ed era chiamata Via Minucia, dal nome del console Minucio che la fece costruire fra il 207 e il 191 a.c..

La stessa via fu rifatta e resa più agevole, tre secoli dopo, nel 109 d.c., ad opera dell'Imperatore Traiano, da cui prese il nome.

Il percorso, dopo tale sistemazione, divenne molto più comodo; le uniche difficoltà erano rappresentate dai tratti montuosi dell'Irpinia.

L'imperatore Costantino provvide a riassettarla maggiormente e ad istituire, tra le varie stazioni postali, diverse mutationes, per non stancare eccessivamente i cavalli o i muli e rendere più spedite le comunicazioni.

Una di queste mutationes fu istituita a San Vito con il nome di Mutatio Aquilonis come già sopra ricordato.

Nel III e IV secolo d.c. la via Traiana raggiunse la massima funzionalità, così come riferisce Remo Gelsomino nel suo commento allo Itinerarium Burdigalense (9).
Grazie agli studi effettuati da alcuni storici, e ai rilievi aerei effettuati, è stato possibile ricostruire l'originale percorso della via.

Lungo il tratto che va dall'attuale villaggio "San Leonardo" alla città di Troia, è possibile ancora trovare il fondo stradale rimasto integro e originario oltre alla stele che parla con la sua scritta.

 

Riferimenti:

1) PATREVITA R., La Valle del Miscano, Prog. Itin. Tur. Camp. Int., vol. II, Avellino, Poligr. Ruggiero, 1995.
In età romana alcuni degli antichi Tratturi furono ricalcati da nuovi tracciati viari come l'Appia, la Via Eclanensis, la Via Erculea, e la Via Minucia, ricalcata più tardi, per alcuni tratti, dalla Via Traiana.
A Benevento confluiva, proveniente da Caudium, la Via Appia, che ne usciva in tre bracci, per Aequum Tuticum, per Eclanum e per Abellinum.
La via da Benevento, per Aequum Tuticum e Brindisi, era detta Traiana dal nome del suo costruttore e dopo dieci miglia raggiungeva Forum Novum, localizzato nei pressi del bivio per S. Arcangelo Trimonte sulla statale 90 bis, poi s'insinuava nei tenimenti di Buonalbergo e Casalbore, e, dopo il Ponte di S. Spirito, s'inoltrava ad Equo Tutico e da qui ad Aecas, Aecae o Aecana, oggi Troia.
GALLUCCI P., op. cit. p.9.
«...poi, detta via Regia, e nel 1787 nomata Strada Egnazia».
SAVINO L., op. cit., p. 15.
«...Si vuole che Annibale scese per detta strada nell' Apulia, con l'esercito dei suoi Cartaginesi.
Ritengono molti che la strada sia la via Egnazia e sono in errore, in quanto non erano a conoscenza della lapide dedicata a Marco Aurelio Negrino, che secondo il prof. Giulio De Preta di Casoli (Chieti), insigne archeologo, morto senatore del Regno nel 1925, non fu notata neanche da Teodoro Mommsen, celebre archeologo, giurista, filosofo e storico tedesco, quando perlustrò il Sannio, l'Irpinia e l'Apulia per il Corpus inscriptionum ».
2) Basilio II, detto il Bulgaroctono, per aver sconfitto e fatto strage di Bulgari, ed il fratello minore Costantino VIII erano figli dell'imperatore Romano II, detto il Giovane.
3) Oriano fu il primo vescovo della nuova Troia. Fu nominato nell'anno 1019 dal pontefice Benedetto VIII, chiamato, a seguito dello scisma avvenuto ai tempi di Leone VIII, Benedetto IX.
4) ROSSO P.A., Ristretto dell'istoria della Città di Troia e sua Diocesi, Troia, Tip.Ed. Vecchi e C., 1907, pp.50-51.
«...al detto vescovo Stefano, confirmò le ragioni vescovili...; e gli diede e concesse, jure parrocchiali, il suburbio di Crepacuore colle sue chiese, il monastero di Santa Maria di Faeto colle chiese ad esso pertinenti, S. Croce di Portula, S. Felice, S. Pannachio vicino Biccari, Biccari con le chiese ad essa pertinenti, l'abbazia di S. Pietro in Volgano..., la chiesa di S. Giorgio, la chiesa di San Vito, il monasterio di Santa Maria in Montearato, la chiesa di S. Pietro in Mortella, il casale di Santa Giusta, il casale di S. Nicola di Bianca Terra..., Castiglione... ed il casale di Ripalonga».
5) Uberto Cenomanico fu il settimo vescovo di Troia. Venne consacrato da Urbano II il 20 giugno del 1097 dopo la morte del vescovo Gerardo avvenuta nello stesso anno.
6) DE PALMA, op. cit., appendice.
POMPA R., Profilo storico Religioso-Politico-Sociale di Castelluccio Valmaggiore di Capitanata, Foggia, Tip. Del Mezzogiorno, 1980.
7) DE ROSA M., op. cit., p. 137.
«...Il capitolo 28° degli "Statuti Baronali" prescriveva che ogni anno, ricorrendo il 15 giugno la festività di San Vito, movesse da Castelluccio una solenne processione. Aprivan la marcia il piffero e il tamburo di quel Comune. Seguiva il pubblico Erario (rappresentante del Barone) con il vessillo spiegato al vento, scortato dai militi. Veniva infine, con gran pompa, il Clero del luogo. Alle mura di Celle doveva farsi trovar pronto il corteo del medesimo comune, il quale si accodava ai primi. Sulle balze di San Vito dovevano similmente attendere i Faetani, i quali, allo stesso modo, prendevano posto dietro ai Cellesi. Così entravano nel Santuario. Dopo i Divini Uffici, celebrati dal Clero di Castelluccio, riordinavasi il corteo per il ritorno.
La bandiera, preceduta (come al mattino) dal piffero e dal tamburo, era accompagnata, con lo stesso cerimoniale della venuta, dal corteo di Faeto e Celle, i quali alle fissate località abbandonavano la processione per far ritorno ognuno al proprio paese.
Questo rito non è a dire di quanta vanagloria gonfiasse la mentalità dei Castelluccesi, i quali per poco non credevano di aver superato l'impero di Roma e di Costantinopoli. Spalleggiati com'erano dall'Erario, che risiedeva nel loro comune, ai nostri poveri provenzali non restava che tacere, in attesa di qualche buona occasione onde domare quell'orgogliosa iattanza. Né questa si fece molto attendere...».
8) Aequum Tuticum o Aequus Tuticus o anche Aequus Magnus era uno dei più importanti centri Sannitici. Era detto anche il Cardo viarum delle vie dell'Italia meridionale. Nel suo sito nel periodo del Cristianesimo venne martirizzato uno dei primi Vescovi, S. Eleuterio, onde la contrada ed il fondo rustico "Casale S. Eleuterio" ancora oggi esistente.
Nel 1744 il geografo francese D'Anville con certezza localizzò il sito nei pressi della Malvizza del Comune di Castelfranco in Miscano (D'ANVILLE, Analyse Géografhique de l'Italie, Paris, 1774. Cfr. Valle del Miscano, op. cit.).
9) GELSOMINO R., L'itinerarium Burdigalense e la Puglia, in "Vetera Christianorum", n. 3, 1966.